Omofobia: discriminazioni diffuse soprattutto tra i giovani

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Il 46,9% delle persone LGBT+ ha subito almeno un evento discriminatorio a scuola o all’università, anche se non necessariamente in relazione al proprio orientamento sessuale.

Un fenomeno più diffuso tra i giovani: il 61,6% delle ragazze e dei ragazzi tra i 18 e i 34 anni sono stati vittime di discriminazione in una delicata fase di formazione che precede l’inserimento nel mondo del lavoro.

Sono alcuni dei dati emersi dall’indagine dell’Istat condotta nell’ambito del progetto, tuttora in corso, Discriminazioni lavorative nei confronti delle persone LGBT+ e le diversity policies attuate presso le imprese svolto in collaborazione con UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali). I dati, relativi agli anni 2019, 2020, 2021 sono stati presentati in occasione della Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia 2022, che si celebra il 17 maggio di ogni anno.

Per il 26% delle persone che si dichiarano omosessuali o bisessuali il proprio orientamento sessuale ha rappresentato uno svantaggio nel corso della vita lavorativa su almeno tre aspetti: retribuzione, avanzamenti di carriera, riconoscimento delle capacità professionali.

Il 12,6% non si è presentato a un colloquio di lavoro o non ha fatto domanda poiché pensava che l’ambiente lavorativo sarebbe stato ostile al suo orientamento sessuale.

L’indagine sulle discriminazioni lavorative nei confronti delle persone LGBT+ ha coinvolto oltre 21 mila individui in unione civile o già in unione* residenti in Italia.

Fra gli intervistati che vivono abitualmente in Italia il 95,2% dichiara un orientamento omosessuale o bisessuale: gay (65,2%), lesbiche (28,9%), bisessuali donne (4,2%), bisessuali uomini (1,7%). Per il restante 4,8%, lo 0,2% dichiara un orientamento asessuale, l’1,3% un altro orientamento, la quota rimanente preferisce non rispondere.

Nel 2019, il 5,1% delle imprese con almeno 50 dipendenti ha adottato almeno una misura, non obbligatoria per legge, volta a favorire l’inclusione dei lavoratori LGBT+. La quota sale al 14,6% tra le imprese con almeno 500 dipendenti. Le misure più diffuse sono quelle destinate ai lavoratori transgender, in particolare la presenza di servizi igienici, spogliatoi, ecc. che consentano un utilizzo coerente con la propria identità di genere (3,3% delle imprese). Poco diffusi gli eventi formativi sui temi legati alle diversità LGBT+ rivolti al top management (1,3%) e ai lavoratori (1,2%).

Solo il 2,9% delle imprese non ancora attive sul versante LGBT+ afferma di voler implementare tali misure o strumenti nei tre anni successivi al 2019.

Per approfondire: leggi diversità lgbt+ e ambito lavorativo: un quadro d’insieme.

*persone attualmente unite civilmente o che siano state unite civilmente in passato.

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